Percorso


Fiabe fatte a mano

Ci sono cose che i bambini capiscono al volo: io mi sono accorta subito che papà non ci sa fare con le fiabe! Già dalla prima volta che gli ho chiesto di leggermene una, per farmi addormentare. Non è un “papà da fiabe”, il mio! Ma è magico perché sa raccontare favole con le mani e ti sa accompagnare in giro per il mondo. Ti sa far volare sopra il mare e anche dentro l’acqua, se ti va. Poi può farti scalare le montagne e sbriciolare le nuvole con le dita! Senza nemmeno uscire di casa!

 Quando rientra dal lavoro, papà si siede al piano. Io lo seguo in silenzio, mi accoccolo sul tappeto accanto al pianoforte e appoggio la testa su un cuscino morbido.

                                        

Papà comincia a suonare ed io guardo le sue mani danzare su un pavimento di tasti bianchi e neri. E tutto intorno diventa incantato ed io immagino uscire da sotto le sue dita tante stelline d’oro che sbattono piano piano contro i muri e si posano leggere sulle cose.

                          

Ne ho una proprio qui sul naso che pizzica un po’. Ma non fa male, fa venir voglia di ridere. Altre volte invece, le stelline ti fanno starnutire, ma papà non si arrabbia se starnutisco un po’ e continua a suonare. Io allora chiudo gli occhi e volo sopra la musica.

Oggi vorrei andare al mare, ma non tutte le musiche portano lì. Ci sono musiche liquide come l’acqua che

scivolano leggere e musiche resistenti come le montagne che non riesci a spezzarle neanche con il pensiero.

Ci sono musiche calde e luminose come la sabbia infuocata sotto il sole d’estate e musiche fredde e candide

come la neve che ancora danza nell’aria prima di atterrare. Ma papà sa leggere nei miei occhi e sa che oggi è un giorno di mare. E allora comincia a suonare una musica fatta di onde morbide, leggere leggere che salgono piano e si trasformano contro gli scogli in morbida schiuma. La mia gatta Lea appoggia il suo musetto soffice sul dorso della mia mano.

“Vuoi venire al mare con me?”

E Lea sembra che con gli occhietti umidi dica sì. E allora partiamo, verso il mare! Prendo in braccio Lea perché non si perda e sento il suo morbido ron ron sotto le dita! E le mani di papà si spostano piano verso destra e la musica sale, lentamente, finché io e Lea sentiamo come un allegro cinguettio. Dico a Lea, sottovoce: “Siamo arrivate su un’isola tutta per noi!” Lea mi guarda con i suoi occhioni curiosi e scuote le sua orecchiette rosse perché le stelline delle note fanno il solletico anche a lei.

“Guarda nell’acqua, Lea!”

 

                                             

 

 Mille pesciolini colorati s’inseguono in tondo e le dita di papà si muovono impazzite sulla tastiera del pianoforte.

Se fossi un tasto bianco o nero, mi metterei a ridere per il solletico! Poi si muovono più lentamente, forse sono stanche. La mano destra di papà si solleva e resta un po’ sospesa nell’aria. Lea muove i baffi su e giù e forse è un po’ spaventata. Sta per succedere qualcosa sull’isola. Sta forse per scatenarsi una tempesta? Lea ha molta paura dei tuoni. Non si sentono più gli uccellini cinguettare. Tutto è silenzio, ora, ma io credo che il silenzio sia il rifugio di tutti i suoni. Non può durare a lungo: tra poco esploderà in un fuoco d’artificio fatto di note colorate: di gialli mi, di rossi fa, di blu la…

Prendo Lea e la stringo forte a me: “Non aver paura Lea!” le dico ad un orecchio. “Scenderemo insieme

sott’acqua, non appena le mani di papà si abbasseranno di nuovo sui tasti ed il rumore dei tuoni non può

raggiungerci laggiù!”

Papà sorride: guarda le sue mani e riprende a suonare. Con un colpo improvviso libera intorno tante note insieme, che si mescolano in una sola voce. Io sento un tuffo dentro il cuore e scendo giù, giù, verso il fondo del mare.

Tutto è buio quaggiù, come la notte, ma non ho paura: c’è Lea con me e i suoi occhietti gialli sanno illuminare anche le note più scure.

L’acqua sembra ferma, qui sotto, pesante, mi muovo a fatica, lentamente.

Che buffo! Spunta dal buio un animale strano. Cammina incerto, saltella un po’, come un grande burattino con i fili invisibili.

Ha le pinne d’un pesce, ma è grandissimo, ha i baffi, le zampe e la coda di un cane dallo sguardo mansueto.

“Non è cattivo, vero papà?” provo ad avvicinarmi un po’, ma papà costruisce per me una scala di note che mi trascina su, su, su, di nuovo in superficie. E tutto riprende a girare più veloce, sempre più veloce. Ed io volo nell’aria e mi sento avvolta in un bel vestito azzurro, di tulle, come una ballerina. E più giro nell’aria, più vedo il tulle del mio vestito allargarsi intorno…sono dentro una morbida nuvola azzurra! E spero che la musica non finisca ora, perché non voglio precipitare… Ma le musiche di papà mi riportano sempre a casa, non mi lasciano mai in giro per i miei pensieri. Non ho fretta di tornare, però! Vorrei incontrare qualcuno, un principe, una fata, uno gnomo o un folletto biondo. E se ascolto con attenzione, sento un passo lieve venire da lontano: tante piccole notine, come gocce di pioggia su un tetto di vetro. Mi accoccolo sul mio cuscino e vedo venirmi incontro una piccola fata farfalla che salta leggera e svolazza verso di me. Allungo le meni aperte. Vorrei che si fermasse un poco sui miei palmi, ma la musica ha le sue regole e quando decide di correre nessuno la può fermare.

Papà, all’improvviso, solleva le braccia dalla tastiera, mi guarda e sorride: “Non far finire questa musica

meravigliosa, papà!” gli chiedo con gli occhi.

Lui guarda davanti a sé, sul leggio. Gira una pagina leggera che lascia intorno un fruscio di seta. Poi, l’onda di suoni ritorna a danzare. Anch’io vorrei conoscere i segreti di quei punti che escono dalla carta e si trasformano in musica, entrano dentro le cose, dentro le orecchie, dentro gli occhi e dentro i cuori. Niente è più come prima, quando quei piccoli segni di carta si liberano dalle loro prigioni di righe e rimbalzano dappertutto.

Io guardo papà che segue con gli occhi una lunga fila di puntini neri che si rincorrono velocissimi. Sembrano un corteo di allegre formiche, ma dove andranno? 

                                        

Lea fa la gobba, come per dire che lei lo sa. All’improvviso si fermano, inghiottite tutte quante da una grotta bianca. Papà una volta mi ha detto che quel segno sul pentagramma si chiama semibreve. Comunque le formichine ora non corrono più: sono finite tutte lì, dentro quella grande grotta semibreve. Io e Lea tratteniamo il respiro, nell’attesa di sentirle sbucar fuori tutte di nuovo. Ed infine, eccole! Ritornano! Ma ora hanno un passo più lento, ritmato come quello di un esercito di soldatini che marciano contenti. Perché non vanno alla guerra e sono felici! Sentiamo le loro voci cantare, sempre più forte, sempre più forte finché non si mischiano tutte insieme e la musica ritorna liquida e morbida, come il mare. Io guardo di nuovo papà che si curva sul pianoforte e provo ad immaginarlo trasformato in un vecchio curvo e bianco. Mi viene da ridere! E’ così difficile pensare a papà come un vecchio. Quando suona papà non può invecchiare ed io non posso diventare grande, mentre danzo con i pensieri sopra la musica. Con le sue mani magiche, papà sa fermare il tempo per lo spazio di uno spartito.

Ecco che torna la fata farfalla a volare sulle onde.

                                                       

                                                

 Ora la fata farfalla prende a turbinare velocissima verso il cielo e una nube di stelline l’avvolge mentre sale, e le dita di papà corrono sempre più veloci sui tasti bianchi e neri finché le sue mani sferrano un ultimo colpo leggero e la fata scompare in un istante. E’ tutto freddo, immobile, intorno. Come fosse passata la dea del ghiaccio sa congelare ogni cosa, anche i miei pensieri sono diventati freddi e lisci, trasparenti e silenziosi, proprio come il ghiaccio. Lea si è acciambellata sul cuscino. Dorme. Non sento più neppure il suo caldo ron ron. Forse la dea del ghiaccio ha congelato anche lei. Mi avvicino con la mano per accarezzarle il suo dorso bianco da peluche, ma d’improvviso papà getta nell’aria una collana di note preziose e delicate come il cristallo. Si muovono leggere, luccicanti, ma poi si sfilano, si srotolano e rimbalzano come perle impazzite e fanno tic, tic, tic, tutt’intorno. Io sono al riparo in un enorme castello di ghiaccio. Tutto è luminoso, lucido, liscio ed io non ho più freddo. Anch’io sono fatta di ghiaccio e neve, mi sento bianca come il manto di Lea. Una perlina di suono rimbalza sul pavimento e raggiunge con un colpo acuto e secco la guglia più alta del mio castello che si scheggia con un piccolo lamento di ghiaccio. 

                                                         

Tutto si sgretola velocemente sotto i miei occhi. Ma io non ho paura! Il ghiaccio non cade: si sbriciola in mille

pezzi e si trasforma in acqua fredda e limpida, come una sorgente di montagna. La musica torna liquida e mi trascina via, correndo frenetica. Forse ci attende una cascata. Le mani di papà scendono rapide sulla tastiera del pianoforte ed il mio cuore corre forte forte con loro. La musica si fa più scura, sempre più scura, sto per precipitare. Afferro Lea che si è addormentata e mi rimprovera con un secco “miao!” Appena in tempo! Ecco la cascata: buia, profonda, fatta di un miscuglio di note gravi. 

                                             

Mentre la corrente scivola via io trovo un rifugio sotto l’acqua e seguo con lo sguardo l’immensa pioggia di note d’acqua che scendono veloci. Qui il tempo non mi scoverà per raggiungermi e portarmi via la magia della mia infanzia. Papà trattiene un po’ il respiro. Significa che l’incanto sta per finire. Ritrae leggermente le mani e poi colpisce d’un colpo deciso un gruppo di tasti. La cascata si arresta e, all’improvviso, tutto intorno è di nuovo asciutto e silenzioso. Non aspetto che chiuda il libro davanti a sé, so da me che la musica è finita. Guardo le sue mani appoggiate sulle sue ginocchia: da grande vorrei avere anch’io due mani magiche per poter creare tutti quei mondi incantati e poi farli sparire così, in un soffio.

Gli chiedo: “Papà, che musica è?”

Lui dice: “L’ha composta Schumann.” Credo che sia un uomo davvero in gamba per essere riuscito a nascondere tutti quei magnifici posti da fiaba dentro quelle pagine appoggiate sul leggio. Certo, per poterci andare, bisogna avere un papà con le mani magiche.

Papà si alza dal pianoforte e mi dà un bacio leggero sulla fronte. Lea se ne va miagolando verso la cucina. Io resto seduta sul mio tappeto magico e mi strofino un po’ il naso.

Dev’essere rimasta intorno una stellina leggera leggera che fa venir voglia di starnutire!