Percorso


Da “8 racconti OTTO ”

 I fiori di campo

      Collana le camomille

                                                        Il telefono

                                                

   Siete mai rimasti chiusi in un museo di notte ? Per una strana serie di circostanze a me è

capitato, mentre mi trovavo nell’ala ovest del museo della scienza e della tecnicadi una grande città. 

 Quando mi accorsi che non c’era più nessuno intorno e vidi le luci spegnersi una ad una,
 sentii una specie di terrore percorrermi la schiena. Ma quando il buio ed il silenzio 
furono completi, improvvisamente, mi sentii sospeso fuori dal tempo, come fossi 
diventato anch’io un prezioso pezzo da museo.

 

Proprio allora, il silenzio si sbriciolò in mille piccoli bisbigli e i miei occhi si abituarono a

scoprire le forme delle cose attraverso la maschera del buio. Mi sedetti in un angolo per

cercare di capire cosa stesse accadendo e mi trovai ad assistere alla storia più incredibile

che avessi mai sentito raccontare.

 Le ombre indefinite degli oggetti cominciarono ad agitarsi lentamente, come volessero

sgranchirsi dopo un’intera giornata in posa per i visitatori. Io, al contrario, mi immobilizzai

per la sorpresa. I sussurri pian piano si trasformarono in parole.

 “Che giornataccia !” disse un telegrafo sbuffando.

 “E quella signora impellicciata non smetteva di guardarmi con due occhi di disprezzo. “Meno

male che oggi esistono i fax !” continuava a ripetere. Antipatica !”

 Si udì all’improvviso un colpo di tosse. “Cof, cof, mi spolverassero almeno ogni tanto !” disse

fra un tossicchio ed uno starnuto una vecchissima radio in bachelite.

 “Allora...” tagliò corto uno strano oggetto che non riuscivo bene ad identificare nel buio.

 “A chi tocca stasera ?” Ci fu un prolungato brusio, poi una vocina emerse dal gruppo :

 “Tocca al telefono !”

 “Già, sì, sì” risuonò all’intorno.

 Poi, vidi distinguersi pian piano la sagoma di un grosso telefono a disco. Il ricevitore si

sollevò lentamente e il telefono incominciò, con una voce che pareva arrivare da lontano.

 “Cari amici... se avete la pazienza di starmi ad ascoltare, vi narrerò la mia storia.”

 Tutti gli oggetti della stanza si misero comodi sui loro ripiani. Il telefono continuò.

 “Ho la presunzione di non dimostrarli, ma dovete sapere che ho una buona quantità d’anni sul

groppone !”

 Ci fu una risata generale.  

 “Sulla cornetta, se preferite ! Ora voi mi vedete così, un po’ opaco e polveroso, ma un tempo

mi lustravano l’onice tutti i giorni e l’ottone della mia cornetta e del mio disco erano così

lucidi che vi sareste potuti specchiare. Non per darmi arie, ma “da nuovo” abitavo in una casa

molto signorile dove era tutto un fruscio di seta e profumo di pasticcini freschi all’ora del tè.

Non saprei descrivere l’emozione che ho provato quando ho sentito il mio stesso squillo per la

prima volta. Era un suono così argentino che mi fece vibrare di felicità ! Mi sentii davvero

vivo. Poi arrivò una donna, sollevò il ricevitore, lo avvicinò alla bocca ed io sentii la prima

voce umana delle mia vita : “Pronto ?”. Che bella parola ! è passata attraverso di me talmente

in fretta che non sono riuscito a fermarla neppure un istante. E all’improvviso, ecco giungere

dalla parte opposta un’altra voce. “Ciao”, disse...ed io sempre lì ad ascoltare, stupito di quanto

fossero meravigliose le voci umane. A partire da quel giorno memorabile ho ascoltato tante e

tali voci che ne ho perso addirittura il conto : uomini, donne, bambini, animali domestici... E

pian piano cominciai a capire anche il significato di quei bei suoni e a riconoscere le persone.

Era come fossero tutti amici miei. Ho ascoltato tantissimi racconti e tante storie !”

 “Che bello !” lo interruppe una vecchia macchina da scrivere poco distante.

 “Io non ho sentito che “tic, tic,” per anni e anni ! Sapessi che noia”.

 Il telefono riprese : “Certo non mi annoiavo, no, ma cominciavo a sentire ogni giorno farsi più

grande il desiderio di  parlare anch’io come loro ! Provate ad immaginare che tormento sentir

dire tante cose, sentir fare domande e non poter mai rispondere ! Così un giorno decisi che

dovevo fare qualcosa di clamoroso !”

 Attorno si levò un lungo “oh !” di meraviglia, insieme ad un curioso fruscio di fili sconnessi.

 “E cos’hai fatto ?” chiesero curiosi i compagni di museo.

 “Ho parlato anch’io !” rispose il telefono con un orgoglio infantile.

 “E cos’hai detto ?” gli chiesero subito in coro.

 Il telefono si risistemò la cornetta sulle “spalle”, tossicchiò un po’ imbarazzato e rispose :

“Ho detto Bzz...”.

 Bzz ?” gli fecero tutti eco.

 “Sì, ho concentrato tutte le mie forze, ho premuto tutti i miei transistor e l’unica cosa che

riuscii a pronunciare fu Bzz. In quel momento c’era una donna all’apparecchio con una sua

amica. Interruppe la conversazione e disse : “Hai sentito anche tu questo strano rumore ?”

Allora io, per farmi sentire più forte, riprovai : “Bzz, bzz...” “Non farci caso.” continuò lei,

Il mio apparecchio telefonico dev’essere impazzito !” Non ebbi più il coraggio di dire nulla :

intanto non mi sembrava rispettoso che parlasse di me chiamandomi apparecchio, e poi, darmi

del pazzo ! Vi confesso che per alcuni mesi non ci riprovai più !”

 “Che peccato !” commentarono gli ascoltatori.

 “Ma infine, ho avuto la mia rivincita, amici ! Non mi si chiama pazzo impunemente ! Un giorno,

la mia campanella squillò e in quel preciso momento io sentii che ce l’avrei fatta. Non appena

sollevarono il ricevitore, tirai un grosso respiro e dissi, chiaro chiaro, “Pronto”. Riuscii a dirlo

così bene che cominciai a ripeterlo, al colmo della gioia : pronto, pronto, pronto. E la signora

della casa dove abitavo rispose “Pronto” e dall’altra parte si sentì di nuovo “Pronto !”.

Insomma, di lì a poco, tutti si erano dichiarati pronti ma nessuno si decideva a continuare. La

situazione andava sbloccata, così, intervenni io dicendo : “Qualcuno si decide a parlare o

no ?”

 Sei tu, Luisa ?” disse timidamente la mia signora. Io, che ero stato zitto per tanti anni, non

riuscivo ormai più a trattenermi. “Ma certo che è Luisa ! Non riconosci la voce ?”

 Ma chi parla ?” disse Luisa dall’altro capo. E io di nuovo : “Ma allora componi dei numeri a

caso ? Che razza di scherzi sono ?” Alla fine riuscii solamente ad ingrovigliare a tal punto la

conversazione che entrambe abbassarono la cornetta sconcertate. Mi sono sentito un po’ in

colpa ! Ma era tanta la voglia di parlare... Da quel giorno, non riuscii più a starmene zitto !

Non è possibile !” dicevano ogni volta che io parlavo. “Si dev’essere inserito qualcuno !”

 Io ho cercato di spiegare più volte che quel qualcuno ero io e che non avevo altra intenzione

che di far sentire loro la mia voce, la mia presenza. “Sono il telefono !” dicevo. Perché non

avrebbero dovuto considerare anche me, magari volermi un po’ di bene ? Insomma ero

affezionato a loro, non facevo che ascoltarli, ma nessuno dava mai ascolto a me. Eh sì, capii a

mie spese che la cosa più difficile per un telefono è proprio quella di farsi ascoltare. Infine,

un giorno, infastiditi, mi staccarono la spina e mi misero in un angolo solo soletto, come in

castigo. Da quel giorno non ho più potuto parlare con gli esseri umani. Poi hanno deciso di

regalarmi al museo perché sono un pezzo raro ed antico, ed eccomi qui, a raccontarvi la mia

storia.

 Comunque, ci ho riflettuto a lungo in questi anni e credo che si stia meglio tra di noi, amici :

gli uomini, sì, sembrano gentili con noi finché funzioniamo alla perfezione, come vogliono loro,

ma se prendiamo qualche iniziativa o ci permettiamo di contraddirli o di dire semplicemente la

nostra, allora sono guai ! Ci fanno a pezzi, ci sostituiscono, ci buttano, oppure ci espongono,

come è accaduto a noi. Ma in fondo, ragazzi, che c’importa ? Noi continuiamo la nostra vita da

povere cose ! Eh, eh !”

 “Già !” continuò la vecchia radio tra un colpo di tosse e l’altro : “Chi ci può distruggere ?

Siamo solo cose !”

 La luce del sole intanto aveva iniziato a penetrare timida dalle finestre.

 “Oh, no !” sbottò il telegrafo, “Un’altra giornata di lavoro : in posizione ragazzi e arrivederci

a stanotte!”

 Tutti si ricomposero per bene sui loro ripiani, immobili come statue.

 “Non mi dica che ha dormito qui ?” mi accorsi improvvisamente che un custode mi stava

 chiamando.

 “Nnno !” risposi io, sussultando. “Non ho dormito !” e mi diressi lentamente verso l’uscita

ripetendomi : “Non ho dormito,...non ho dormito,... non ho dormito!”